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lunedý 19 marzo 2007

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Regioni virtuose e regioni meno responsabili


La Campania, purtroppo, rientra in quest'ultima categoria. Tra il 2003-2005, il Ssn ha accumulato quasi 13 miliardi di disavanzo, dei quali il 30 per cento Ŕ concentrato in Lazio, il 25 per cento in Campania e il 13 per cento in Sicilia

     
Fa discutere il ripiano di 2,3 miliardi di debiti della sanità operato dal governo a favore della Regione Lazio, che negli ultimi tre anni aveva cumulato un deficit di 3,9 miliardi di euro. Altre cinque regioni - Campania, Sicilia, Abruzzo, Molise, Liguria - sono in lista d’attesa per spartirsi i 2,5 miliardi di euro stanziati dalla Finanziaria 2007 per i disavanzi elevati.
Vale sempre l’argomento che la nuova giunta regionale non può essere ritenuta responsabile dei debiti della precedente. E così a ogni nuova legislatura scatta l’operazione “voltare pagina”, con l’immancabile sanatoria dei debiti pregressi, anche se pagata al caro prezzo dell’“affiancamento” ministeriale.
Il provvedimento può essere letto secondo due prospettive opposte: come una forma di “solidarietà” nazionale verso le Regioni più deboli del Sud e il Lazio, che fin dalla creazione del Servizio sanitario nazionale sono sempre state in difficoltà. Oppure come un “premio” all’irresponsabilità gestionale di queste Regioni che, a differenza delle altre, non si sono mai mosse con iniziative proprie, contando sempre sulla benevolenza dello Stato.
Gli strumenti delle Regioni 
La presenza di deficit è una costante del Ssn che ha la sua origine nella politica di sotto-finanziamento, perseguita indistintamente da tutti i governi, nel tentativo, assai riuscito, di controllare la crescita della spesa sanitaria. Eccetto il primo anno, dal 1981 in poi il Ssn ha sempre accusato deficit, in valori nominali assommano a 76,4 miliardi di euro, che sono stati regolarmente ripianati dallo Stato. Tutto ciò fino all’accordo dell’8 agosto 2001, in base al quale sono ora le Regioni a doversi accollare i debiti per cause non dipendenti da provvedimenti statali, come accordi di lavoro o prezzo dei farmaci.
Per garantire l’equilibrio di bilancio, le Regioni hanno a disposizione tre strumenti principali: il controllo della spesa sanitaria, l’aumento delle entrate tributarie, attraverso i ticket e la maggiorazione dell’Irap e dell’addizionale Irpef, e le risorse stornate da altri capitoli del bilancio regionale. Possono operare, dunque, dal lato della spesa, delle entrate fiscali o di entrambi. Oppure da nessun lato, lasciando lievitare il deficit.
Dopo l’accordo del 2001, sei Regioni di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise e Calabria) hanno maggiorato l’addizionale Irpef, portandola dallo 0,9 all’1,4 per cento, a scaglioni o aliquota secca, e reintrodotto le compartecipazioni sui farmaci. Umbria e Marche sono invece intervenute solo sull’addizionale Irpef. Dopo le elezioni del 2005, le nuove giunte di centrosinistra in Lazio, Abruzzo, Calabria e Sardegna si sono affrettate ad abolire i ticket sui farmaci, misura non decisiva sul piano finanziario, ma di sicuro aiuto, se ben congegnata. Altre Regioni hanno preferito contare sulla distribuzione diretta dei farmaci e sul controllo della spesa: sono Emilia-Romagna, Toscana, Basilicata. Le cinque Regioni che sono intervenute sull’Irap - Lombardia, Veneto, Marche, Lazio e Sicilia - lo hanno fatto soprattutto per rimodulare l’imposta rispetto alla tipologia delle imprese. Da ultimo, lo scorso anno le sei Regioni con gravi deficit, più l’Emilia-Romagna, hanno maggiorato l’addizionale Irpef, portando a 13 il totale delle Regioni che sono intervenute su questa voce.
Tra il 2003-2005, il Ssn ha accumulato quasi 13 miliardi di disavanzo, dei quali il 30 per cento è concentrato in Lazio, il 25 per cento in Campania e il 13 per cento in Sicilia: insieme assommano quasi il 70 per cento del totale. Seguono il Piemonte con l’8 e la Sardegna con il 5 per cento. Tuttavia, in termini pro-capite anche altre regioni presentano valori elevati: Lazio (253 euro), Molise (210), Campania (190), Abruzzo (137), Sardegna (126), Sicilia (111) e Valle d'Aosta (102).
Comportamenti virtuosi e no
Osservando i comportamenti delle Regioni nel triennio 2003-05 si possono delineare sei tipi di condotta e comprendere i motivi del deficit (vedi tabella).
Un gruppo di Regioni virtuose - Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Puglia, Basilicata e Calabria - conta solo sulla capacità di controllo della spesa, senza ricorrere all’imposizione fiscale, riuscendo a contenere il deficit su bassi livelli. All’opposto, un gruppo di Regioni meno responsabili - Lazio, Abruzzo, Molise, Campania e Sardegna - non sembra capace di controllare la dinamica della spesa e non si affida all’imposizione fiscale, se non dal 2006, per obbligo di legge. Sono le Regioni con i maggiori deficit di bilancio. Terzo e quarto gruppo puntano sul controllo della spesa sanitaria e ricorre, in aggiunta, all’imposizione fiscale (Lombardia, Veneto, Marche), oppure a risorse autonome di bilancio (Bolzano, Emilia-Romagna, Toscana). Hanno disavanzi minimi o addirittura degli avanzi. Al loro si può accostare il comportamento di un quinto gruppo, costituito da Valle d'Aosta e Trento, per il quale però le risorse aggiuntive di bilancio non bastano a compensare il mancato controllo della spesa o la pretesa di migliori livelli qualitativi dei servizi (15 per cento la spesa pro-capite oltre la media nazionale). Infine, un sesto gruppo dal comportamento problematico, comprendente Piemonte, Liguria e Sicilia, pur contando sul gettito aggiuntivo delle imposte e dei ticket e pur con livelli di spesa inferiori alla media nazionale, presenta comunque disavanzi consistenti.
Nell’insieme, nel 2005, undici Regioni agiscono soprattutto attraverso il controllo della spesa, mentre altre dieci sembrano incapaci di contrastare la sua dinamica. Inoltre, dieci Regioni non usano la leva fiscale e i ticket, mentre sei vi fanno ricorso e cinque attingono comunque a risorse autonome del proprio bilancio.
Il nodo della responsabilità
Cambiano i tempi, ma la lezione è sempre la stessa: il rigore non è premiato in questo paese. Ed è sempre una lezione diseducativa, oltre che ingiusta per i cittadini colpiti dal fisco della propria Regione. La situazione andrebbe approfondita sia rispetto alle previsioni della teoria sul federalismo fiscale (insensibilità degli elettori all’aumento di imposte e alla sostenibilità del debito), sia rispetto alla rigidità del vincolo di bilancio nei rapporti tra Stato e Regioni.
Rimane un nodo centrale: la responsabilità dei comportamenti. Le Regioni e province autonome del Nord, favorevoli al federalismo, dovrebbero far seguire i fatti alle dichiarazioni di principio, mentre quelle del Centro e del Sud, se non possono contare su una maggiore capacità fiscale, possono almeno impegnarsi nel controllo della spesa. Con o senza federalismo, la responsabilità non dovrebbe mai venire meno.

di AlbatrosNews
   
   

 

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